domenica 25 luglio 2010
_DARK INSIDE_
Come fare ad udire suoni in abissali silenzi?
Che rumore fà il silenzio quando cade per terra e si rompe in milioni di piccoli frammenti?
Se l'anima si lacera qualche cosa può restituire uno splendore ed un'apparenza meno logora?
E' tutto tra il post-punk e la nobiltà settecentesca?
Quanto ingombrano i pensieri?
A che servono i pensieri?
E' davvero così grigio il tempo, anche se splende il sole?
_Dark inside_
Perchè si ha voglia del niente e del tutto e non si riesce a dare un nome, un aggettivo, una qualche cosa al niente e al tutto?
Perchè torturarsi è ormai diventata un'abitudine?
Perchè la quotidianità non sorprende quasi mai?
_Dark inside_
Di che colore sono?
Che sensazioni provo?
Dove vivo?
Sto vivendo?
Perchè scrivo?
Perchè respiro ritmicamente?
Perchè tutto scorre senza che nessun pensiero possa frenare le cascate emotive più o meno impetuose che fanno tuffare il cuore in laghi adrenalinici?
_Dark inside_
Perchè sto facendo unpost pieno di perchè?
Vorremo solo ingabbiare i perchè, lasciarli ammanettati ad un guardrail e andarcene in vacanza.
NO MUSIC
NO PICTURES
ONLY EMPTY
ONLY DARK
martedì 20 luglio 2010
STAR POWER

E' tempo di aggiornare..............
Siamo anatomicamente rapite dall'anatomia.
Scriviamo anche questo post in prosa, non abbiamo avuto tempo ed ispirazione per scrivere un nuovo racconto, nuove storie, parole e parole.
Qui il tempo scorre e noi con lui....ci facciamo trascinare, in questa corrente di secondi, minuti ed ore, senza pensare troppo per non lacrimare.
FINE
può produrre.
FINE, APPRODO, BUONO, CADUTA, CHIUSA, CIMA, CODA, COMPIMENTO, COMPLETAMENTO, CONCLUSIONE, DIPARTENZA, DIPARTITA, EPILOGO, ESAURIMENTO, ESTREMITà, FINALE, FINALITà, CAPO, CHIUSURA, CESSAZIONE, DIMESSA, DECESSO, DECLINO, SCOMPARSA, DISEGNO, FONDO, MALORA, MORTE, OGGETTO, SCOPO, TOMBA, TRAMONTO, PROPOSITO ARRIVO, AUTUNNO, META, TRAGUARDO, PIANO, ASPIRAZIONE, MIRA, OBIETTIVO, CROLLO, ROVINA, DISTRUZIONE, TERMINE, PROGETTO, RISULTATO, ESITO, RIUSCITA, ESPLETAMENTO, DISSOLUZIONE, INTNDIMENTO, EFFETTO [....]
"Spinning dreams with angel wings
torn blue jeans a foolish grin
burning down in the night
so cool so right
star power star power star power over me
she knows how to make love to me
she knows how to make love
close my eyes and think of you
everything turns black to blue
star power star power star power over me
burning down in the night
supercool it's alright
she knows how to make love to me
she knows how to make love
close my mind when i think of you
everything turns black to blue
star power star power star power over me"
martedì 13 luglio 2010
O___Premio___O
Ebbene...iO e ALice volevamo ringraziare tantissimissimo chi ha deciso di assegnare questo premio...Nel "regolamento", per accettare questo premio, è scritto che si devono indicare 15 blog ritenuti meritevoli del "trofeo"
...bè noi non ci riusciamo.
Ci abbiamo riflettuto a lungo..ahimè..non riusciamo a selezionare, non tanto perchè abbiamo timore di turbare la sensibilità di qualchuno, ma perchè ci sono diversi blog che in maniera differente e personale portano importanti testimonianze, contengono racconti interessanti in stili altrettanto interessanti...insomma..ma come si fà....??????????????????????????
Questo fà parte propriamente del carattere condominiale
L'assemblea condominiale non è riuscita ad avere nessun responso unanime....spiacenti, troppo litigiosi e d'altronde nessuno riusciva a smentire le teorie dell'altro perciò...non sappiamo se il nostro premio possa essere comunque "ritirato"....
se così fosse...bè già ha uno spazio nel nostro ampio salone....
in caso contrario...bè...grazie davvero alle persone che ce l'hanno assegnato.....eh..donzelle speciali ^____^.
IO e Alice ci facciamo due passi tra i blog....mhà che strano scrivere in "prosa" UAUAUAUAUA.
Un abbraccione da no__Oi
mercoledì 7 luglio 2010
SenzatitOlo
Qualcosa detta e noi abbiamo scritto...
Ho lo stomaco vuoto.
Seguo con le dita le gocce di pioggia sul vetro, non metto a fuoco il paesaggio là fuori, solo le gocce, solo il vetro, diaframma 3,5f.
Scivoliamo solamente come esseri fluidi, come gocce contro i vetri delle nostre esistenza.
Mi piace sentire i pesci che nuotano nelle mie vene, seguono il flusso, arrivano alle foci dei capillari, alcuni a branchi si dirigono verso gli alveoli, altri vogliono ristagnare nei miei ventricoli, i più deliranti invece raggiungono il mare grigio, schivano come fossero coralli le mie sinapsi e poi, scossi dall’elettricità, si lanciano a capofitto giù per la cascata vertebrale.
E’ una di quelle idee-aborto pensare di annegare dei pesci?
Ho desideri fetali.
Vorrei riprovare quel piacere di crearmi lentamente in un posto caldo e sicuro, utero, oh utero….
Il mio olfatto ancora sottosviluppato non ha memorizzato l’odore delle viscere di mia madre, nove mesi e nessun ricordo conscio, vellutata e morbida la cervice e il collo della mia uterina visione.
Lascio sdraiarsi l’inconscio sulle rive dello Stige, in attesa di un Caronte, che sembra più un clown che un essere mitologico:
- Traghettami nell’Ade, ti pagherò con un obolo, però prima, togliti quel sorrisetto del cazzo dalla faccia.
Emergono boccheggianti da queste acque infernali, con un volto cianotico, i retaggi di una cultura classica.
Mi sta lacerando in sottili fettine la noia morale Nessun principio è rimasto radicato nella mia pesante anima, lassativi per disidratarla e raggi ustionanti, la voglio vuota, la voglio senza princIpi né prIncipi.
Ora mi diverto ad assumere le lastre per accertarmi della mia esistenza.
Nelle mie fiabe le strutture neuroepiteliali che si appoggiano sul dorso molliccio, freddo e umido di un ROSPO generano solo fenomeni allucinatori, diventi consapevole di ogni minima cavità del tuo corpo, senti la corsa precipitosa dei globuli e il fiatone dei neurotrasmettitori che diretti al centro del vomito vogliono svuotarti, voglio saliva su un rospo blu.
Ho bisogno di toccare la realtà, mi accascio sul pavimento gelido e verdognolo di questo bagno.
Non controllo nessuno stimolo, il calore e il bagnato lasciano tracce non solo nelle mutandine, sono ancora in vita e mi disidrato lentamente.
Sono, un’ombra, una sensazione piacevole o tagliente, sono la macchia di sangue della verginità che ha tinto le lenzuola bianche nella calura di un’estate ormai troppo lontana.
Mi nutro di occhi che non riesco a guardare mai per un tempo troppo lungo, temo di essere scoperta e rimanere nuda, verme in un Eden suburbano, un serpente, una mela, Eva ed un esilio.
Racconta qualche cosa alla mia colonna, raccontala con le dita, con l’indice, lentamente e scandendo bene ogni parola.
Vorrei sussurrartelo piano, ma non oso chiedertelo:
Vuoi vedere le mie interiora?
Le guardo da sola, che spettacolo, sollecita la mia commozione salata
La codardia può essere il tuo miglior pregio se tu sei me.
Provo dei brividi a pensare a quei segni rossi sul mio liscio sedere di neonato e alla urla nel espirare la prima volta l’ossigeno, poi borotalco.
Tendo all’infinito.
Ceniamo con una serie di proverbi e frasi, citazioni e suoni, quelli che non significano nulla e che ti porti dentro, non puoi ignorare il nonsenso di ciò, quindi semiotica, semantica, sinonimi, contrari, dai, forza, arrampicati su questa superficie liscia e daglielo tu un significato, dammi un senso.
Girati e conta fino a centotré, io mi nascondo dietro le mie parole e mi rannicchio sotto i silenzi, se vuoi, poi…… cercami, sezionami per un istante con il tuo bisturi.
Insegnami il tuo niente che io ti insegno il mio.
[potrebbe essere finito]
Sempre iO e Alice
giovedì 1 luglio 2010
Polvere Nera
POLVERE NERA.
Sono sdraiata per terra e sento il terreno umido a contatto con la mia pelle bianca.
Con i suoi passi nervosi una formica conta le vertebre della mia rachide, trentatré, trentaquattro, dentro un midollo di ricordi scorre fino al polo Nord del mio essere.
“Dica trentatré, espiri. Dica trentatré, inspiri”.
Ho un’atonia che mi impedisce di rialzarmi, sono stordita dal dolore lancinante che mi trapassa e non odo nessun suono, dopo il frastuono solo fischi e nulla ed un sole, o forse due, tristi, pallidi, infilati in un cappotto di grigie nubi, per difendersi dall’aria che pizzica: è ottobre.
E’ stato un temporale di polvere nera, deflagrazioni supersoniche, un lampo e un tuono.
La mia guancia è fango, gli occhi incrostati sono volti ad annusare le impronte di stivali pesanti e morte.
Vedo il passato, vedo un 29 gennaio gelido, ma mai come lo sarebbe stato nello scoprire il tuo volto bluastro, il tuo corpo inerme e la tua espressione rilassata.
Me la sono presa con il nemico, con le armi, con la guerra, con dio, con me stessa, con la morte e con te, perché mi hai lasciato qui, sola, senza salutarmi, senza darmi un bacio, senza una carezza, senza sussurrarmi all’orecchio con la tua voce calma e rassicurante “Addio, mon amour”.
Sei partito per sempre da solo, senza valigie e senza di me.
Non so se sono svenuta, se sono tornata davvero indietro nel tempo, sento le tue dita lunghe che mi accarezzano il ventre e le tue labbra calde che mi disegnano aureole sulla fronte, galleggio fluidamente nel tuo sguardo, forse era allora che la morte per la prima volta ci aveva osservati invidiosa.
Non c’è un giudeo in croce, ma c’è filo spinato arrugginito in lontananza e tutto inizia ad appannarsi, come i vetri al calore della stufa...mi manca quel calore.
Una brutta sensazione mi pervade e di riflesso mi accascio da supina sul lato destro del mio corpo, appoggiando le labbra alla fredda e denutrita terra, così intrisa di sangue da essere ormai infeconda.
Lascio defluire l’eccesso di saliva che mi riempie la bocca, sento delle lacrime uscire dagli occhi ad ogni conato e il diaframma contorcendosi crea spasmi, cerco un sinonimo per descrivere a me stessa il dolore, nel frattempo vomito bile.
La mia veste è intrisa della rugiada vermiglia che mi scorre nelle vene, mi permette di vivere, ora fuoriesce copiosa da un foro che pulsa ad ogni pensiero e che interrompe ricordi e respiri, sempre più frequentemente.
Brucia.
I soli si spostano piano in questo mattino di ottobrina agonia, vogliono raggiungere il centro del cielo prima dei dodici rintocchi.
Sento.
Non sento.
Riesco a torcere il braccio e strappare un lembo di camicetta per fasciarmi la spalla ferita, vorrei lasciarmi morire, ma non ci riesco.
Sono stanca sai?
Sono sanca, stremata, sfatta, distrutta.
Sono oppressa da questa situazione surreale, il suono delle campane non scandisce più il tempo: solo la morte.
Sono lunghi ed elettrici i silenzi, è palpabile la tensione e la paura ad ogni temporale di zolfo.
Chi sarà il prossimo?
Mi hanno ammaestrata a pregare con le mani giunte e le ginocchia a terra, ad invocare la pietà dei santi, della Vergine Maria e del Cristo in Croce, nessun Dio ci salverà, nessun Dio riuscirà a ristabilire l’umanità di noialtri esseri inumani, è solo la speranze quella che anima le mani nodose delle vecchie inginocchiate a snocciolare grani di rosari, non certo la fede, chi ha più fede?
E’ solo abitudine e speranza.
Vorrei gridare ora mentre con i denti stringo il brandello di stoffa bianca attorno ala ferita pulsante, rimane soffocata la voce, ho ancora una voce?
Vomito.
L’acido mi brucia la gola, mi distrae per piccoli attimi, poi la vita si offusca di nuovo.
Sto iniziando a camminare verso di te, lo sento, perché ho freddo, perché sono in un bagno di sangue, sudore e lacrime.
Morirò qui, sotto i castagni che si tolgono la loro veste ingiallita al suono del vento autunnale.
Non esiste una rivoluzione fatta solo a parole.
Serve sangue, serve azione, serve polvere nera, serve il fucile, servono gli sguardi vitrei, servono le fosse piene di corpi, servono lacrime, servono generazioni di orfani e vedove. Serve tutto questo davvero?
Hai perso la vita ancora prima di averne una tua veramente, io ho perso te, poi ho perso me, ti ho sepolto in una cassa lignea.
Non ho versato lacrime, perché era il 29 gennaio, perché era freddo, sotto zero e i miei occhi erano ghiacciati, il mio cuore immobile sotto formalina.
Da quanto sono sdraiata qui? Non lo so.
La luce aumenta, ma nonostante ciò scorgo spazi di mondo sempre più limitati, vago tra passato e presente, immaginando un futuro che non avrò mai.
Mi distrae un'ombra, un suono, passi corrono e mi si avvicinano, non ho la vista limpida, solo sagome sfuocate.
Sagome in divisa.
Suoni ovattati.
Parlano e non capisco.
Sono loro.
Uno si accuccia e mi fissa negli occhi:
-Stirb! Verrater!- E mi sputa in faccia.
Non so che significhi quella frase, nulla di dolce, niente possa consolare un agonizzante, niente che mi faccia sentire meno sola con la morte.
Si alza e imbraccia il fucile.
Punta.
Non ho paura, il mio respiro è tranquillo.
Mira.
Non riesco a distogliere lo sguardo dall'arma lucida e corvina.
Fuoco.
Speriamo vi piaccia questo racconto, grazie comunque a tutti voi che leggete....non ve lo diciamo mai...ma grazie ^___^
lunedì 28 giugno 2010
CREEP

Un giorno qualcuno si risveglierà,
troverà paesaggi desolati,
non ci sarà verde, rosa, blu....
Dominerà il grigio, l'arsura, il nulla.
Spine e polvere,
dolorose religioni sepolte dopo millenni di imperituri poteri.
Non oro, non argeno, non rame,
strati sottili di depositi atomici.
Niente apocalisse, scenari vuoti e silenzi mortali
tagliati dalle lame di corde vocali pizzicate dalle dita di un primordiale dolore che non si rispecchia in nessun vetro.
Nessun riflesso.
Informità progressiva e trasmissibile.
URANIO.
PLUTONIO.
ATTINOIDI MINORI ---- nettunio, americio, curio.
Bugiarda Cassandra, non sarai creduta.
What the hell am I doing here?
I don't belong here.
I don't belong here
giovedì 17 giugno 2010
Corri a casa che Sandy ti aspetta.
"L'unica frontiera che ci rimane è il mondo dell'intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto". Ingabbiato da troppe leggi. Per intangibile la Mamma intendeva Internet, i film, la musica, le storie, l'arte, le voci che corrono, i programmi per computer, tutto ciò che non è reale. Le realtà virtuali. Le simulazioni. La cultura. L'irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l'immaginazione." (C. Pahalaniuk)
"Corri a casa, Sandy ti aspetta. Dai su, cerca di correre più veloce. "
Fissa il panorama che se ne và a 50Km/h, attraverso i vetri di quel sarcofago arancione, J. sguardo di plastica.
Poteva anche chiamarsi Debby o Angie, ma oggi no, oggi era sicuramente, senza nessun dubbio ed indecisione Sandy.
Sandy ha la carnagione rosea e liscia, come un maialino, ha degli occhi profondi e impenetrabili e le labbra rosse e carnose.
I suoi capelli sono color del fieno, sempre acconciati alla stessa maniera, sempre della stessa lunghezza, un rigoroso ordine che stona con il caos della sua stanza.
Non ha nessuna imperfezione, non parla mai a sproposito, non lo sveglia mentre dorme, non gli manda sms, né tanto meno compone il suo numero per telefonargli, né a casa, né in ufficio.
Niente.
Non prosciuga la sua Mastercard in shopping selvaggio, non gli chiede regali, non pretende che si ricordi la sua data di nascita, non lo rimprovera se passa con le scarpe infangate sul pavimento pulito.
Però….però quando la vuole...lei c'è.
A suo modo, bé, diciamolo pure... lui l'ama.
Lei rimane sempre estasiata vicino a J. ad ascoltare i suoi vaneggiamenti filosofici, senza interrompere o ribattere, pende dalle sue labbra e lui dipendo dalle sue.
E’ una strana storia questa, è la storia di J. e del suo amore per le donne.
La storia di J., l’uomo della fabbrica di plastica, quell’omone che potrebbe girare con la Ferrari, ma si accalca nelle metro affollate all’ora di punta, J. dalla stazza imponente e i pantaloni stirati con la piega, J. con le scarpe vecchie, J. che si rade e si spalma strati di crema da 100 dollari a flacone ogni 3 ore nella sua toilette personale da dirigente, perché la vecchiaia lo spaventa e lo turba.
Indirettamente è anche la storia di Sandy, la sua fredda e bollente passione.
Ricomponetevi e mettetevi scomodi.
J. oggi si sente diverso dal solito è molto impaziente e continua, come se avesse un tic, a rivolgere il suo sguardo verso le lancette, il tempo sembra non trascorrere mai, il viaggio? Troppo lungo.
Pensa a cosa le avrebbe detto, al come, alla scelta del momento giusto, perché….gliene deve parlare, non vuole più tenersi dentro quel sentimento …sente una strana ansia invadergli lo stomaco, sfarfallio, possiamo anche nominarlo.
Si torce le dita sudaticce e pallide, sente scarseggiare l’ossigeno, come se qualche cosa impedisse al gas vitale di raggiungere gli alveoli e deliziarli, che sia questo sentimento?
Una fermata, un’altra, un’altra ancora, un conto alla rovescia….
Avrebbe poi dovuto fare qualche cosa di speciale J., non può certo limitarsi ad un semplice discorsetto.
Si sente paonazzo all’idea di questa nuova svolta, già ha la salivazione azzerata, disagi iosciaminici, gli occhi sono lucidi per l’emozione, il suo cuore pompa troppo sangue in troppo poco tempo e in vasi sono incrostati dal colesterolo dei suoi pranzi made in fast food, rischio infarto 70%.
“Respira con il naso. Espira dalla bocca. Respira con il naso. Espira dalla bocca”.
Cerca di calmarsi seguendo le linee guida delle lezioni prova di yoga che aveva frequentato, ma
la sua concentrazione si trova a livello ombelicale di Sandy e ciò non lo aiuta a compiere con il dovuto rigore gli esercizi: ad ogni inspira-espira lembi di Sandy gli entrano nelle narici.
Ad un tratto una piccola fiamma rosso fuoco si accende in lui, non è una vampata di passione, ma una sorta di banale romanticismo.
Probabilmente stralci di trame e commedie hanno penetrato così intensamente il suo subconscio da renderlo quasi certo si tratti di una sua aspirazione, ora si stanno ribellando ed emergono allo stato conscio, sono scultori con la creta che plasmano gelatinosamente le sue azioni.
Quindi eccolo, impettito e finalmente con il sorriso
“Un mazzo di rose rosse”
“Quante ne vuole signore?”
Riflette un po’, non ha idea di quante rose debba contenere un mazzo.
Vedendo J. in difficoltà il fioraio gli propone un mazzo di un centinaio di rose perché sicuramente così….la sua signora avrebbe apprezzato.
J. e il suo animo allocco abboccano senza il benché minimo dubbio che questa sia un esagerazione, il denaro non è un problema ed in fondo…bé…non ha mai regalato nulla a Sandy.
Passa anche in gioielleria, perché ogni richiesta che si rispetti, necessita di essere suggellata da un brillante indorato e lascio a voi immaginare, visto cosa poco fa è accaduto dal fioraio, quello che può essere avvenuto dall’orefice.
In ogni caso riesce ad uscirne e finalmente é diretto da lei.
“Corri a casa, Sandy ti aspetta”.
Affretta il passo, ansima, si asciugando il sudore dalla madida fronte con il suo fazzoletto bianco iniziali a lato ricamate da sarte sapienti.
Era abbastanza goffo ed impacciato con quel grosso mazzo di rose in mano, il calore del sole le stava afflosciando un po’.
Le presenze femminili che gli passano accanto invidiano Sandy, senza conoscerla, pensano a quanto sia dolce quell’uomo, con quel enorme mazzo di rose, e immaginano che reazione avrebbero avuto loro al posto di lei…certe fortune capitano sempre agli altri si dice no?
Ci siamo, ora è davanti all’uscio, mette le chiavi nella toppa e gira in senso antiorario. La porta si apre.
“Sono tornato Sandy”
Nessuna risposta, come al solito.
Posa le chiavi sul mobile e decide, con un estro che non gli appartiene affatto, di fare qualche cosa di veramente speciale.
Prende una serie di candele dalla dispensa, quelle della scorta “se per caso venisse un black out”, sale al piano superiore e le posiziona meticoloso in svariati punti della camera da letto…..accendendole amorevolmente una ad una, quindi abbassa le persiane per creare un’atmosfera…intima?
Poi torna di sotto, prende le rose e risale ai piani alti. Ne estrae alcune dal mazzo e cosparge con i petali le lenzuola di seta nere, quindi posa alcuni fiori qua e là per la stanza, un po’ come fossero candele, ma sta volta, senza accenderle.
Quasi tutto è pronto.
Il brillante batte nel pacchetto posizionato a livello del suo cuore, tasca interna.
Ha un gran mal di testa ora, quello della tensione…..se dice di no?
Non può attendere oltre.
Bussa alla porta accanto, Sandy non risponde, ma è normale che sia così, quindi spinge la maniglia verso il basso e apre la porta, entrando con un sorriso da beone.
Paonazzo come non mai la prende per mano e la porta nella sua stanza, lei sembra stupita, ha sempre un certo stupore dipinto sul volto.
La prende in braccio e la posa delicatamente sul letto.
Le si accosta e le passa una mano tra i biondi capelli sorridendogli imbarazzato e inizia…
“Beh…ecco…io..insomma….ti volevo fare una sorpresa e….vorrei chiederti” la voce gli muore in gola e rantola un po’, ma continua “ vorrei dirti che per me tu sei una donna speciale Sandy e mi sono innamorato follemente di te, per questo ti chiedo….” così dicendo si fruga nella taschina ed estrae il pacchetto “vuoi diventare mia moglie?”
Sandy esterefatta.
Sandy immobile.
Sandy ha un anello al dito, ma rimane in silenzio.
J. bacia Sandy e lei pare a suo modo ricambiare.
J. slaccia la camicetta a Sandy, con le sue dita tozze e impazienti, sentendo il suo profumo da bubble gum che gli pervade le narici lo annusa fino a che la sua capienza polmonare glielo permette.
Tutto è tremendamente perfetto. Perfetto.
La passione cresce esponenzialmente seguendo la lancetta dei secondi.
Un impeto che non si arresta.
J. è immerso nel corpo da favola di Sandy, è catapultato nel suo universo segreto.
Fanno l'amore Sandy e J. Nell'arancione che riempie la stanza satura dell'essenza di rose e dell'odore dei loro corpi.
Rimangono poi distesi sui petali ormai avvizziti, J. è stanco, ma sereno...oserei dire troppo.
Sandy sempre senza parole a riempirle la bocca.
Lui le sussurra all'orecchio dolci frasi, poi si alza e la prende nuovamente per mano:
è nuda e splendida, morbida e profumata.
Il trillo del suo cellulare lo distrae, distrazioni che si possono purtroppo spesso definire fatali.
Risponde e così facendo lascia la mano di Sandy..
Sandy scivola.
Sandy cade.
Sandy cade sulle rose.
Le spine le graffiano la schiena.
J. non riesce a credere a ciò che vede, là voce dall'altra parte della cornetta perde ogni valore, non comprende più neppure il significato delle parole, con occhi salati vede lacerarsi il suo sogno d'amore.
Il futuro può essere terribile ancora prima di giungere in alcuni casi...questo è uno di quelli.
J. accasciato.
J. chiama Sandy vedendola avvizirsi e perdere la sua tridimensionalità.
Lei rimane con la sua espressione di stupore sul viso, sempre silente.
“Sandy, amore mio....” singhiozza J.
Il suo sogno d'amore distrutto per una spina capricciosa, “non ti dovevo regalare nulla, eri felice lo stesso....”.
Si spegne il sole su Las Vegas.
Si spegne il sole su un amore di plastica.
Si spegne il sole sulla sua bambola.

Massacrateci pure please...................

